tratto da “Big Magic” di Elizabeth Gilbert
La grande poetessa americana Ruth Stone, quando da bambina era al lavoro nei campi della fattoria dov’era cresciuta, in Virginia, a volte udiva una poesia arrivare da lei, la sentiva proprio farsi strada attraverso la campagna, come un cavallo al galoppo. In queste occasioni sapeva esattamente cosa fare: doveva correre a casa a perdifiato, più veloce della poesia, trovare un pezzo di carta e una matita e scriverla subito per fermarla. In pratica la poesia arrivava, la attraversava e lei scriveva come sotto dettatura, lasciando che le parole si riversassero sulla pagina.
Ma a volte era troppo lenta, e non riusciva a trovare carta e matita in tempo. In questi casi, sentiva la poesia attraversarle il corpo e passare dall’altra parte. Restava in lei solo un momento, in attesa di una risposta, e prima che potesse afferrarla se n’era già andata – galoppando “alla ricerca di un altro poeta”.
Talvolta però, per un pelo non perdeva la poesia, salvo acchiapparla “per la coda”. Come afferrare una tigre. Allora se la rimetteva dentro, se la rificcava proprio dentro, con una mano, mentre con l’altra scriveva. In questi casi la poesia compariva sul foglio a partire dall’ultima parola fino alla prima – al contrario, ma intera.

