l’infra-ordinario di George Perec

l’infra-ordinario di Georges Perec

I giornali parlano di tutto, tranne che del giornaliero. I giornali mi annoiano, non mi insegnano niente; quello che raccontano non mi riguarda, non mi interroga né tanto meno risponde alle domande che mi pongo o che vorrei porre.

Quello che succede veramente, quello che viviamo, il resto, tutto il resto dov’è? Quello che succede ogni giorno e che si ripete ogni giorno, il banale, il quotidiano, l’evidente, il comune, l’ordinario, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, l’abituale, in che modo renderne conto, in che modo interrogarlo, in che modo descriverlo?

Interrogare l’abituale. Ma per l’appunto ci siamo abituati. Non lo interroghiamo, non ci interroga, non ci sembra costituire un problema, lo viviamo senza pensarci, come se non contenesse domande né risposte, come se non trasportasse nessuna informazione. Non è neanche più condizionamento, è l’anestesia. Dormiamo la nostra vita di un sonno senza sogni. Ma dov’è la nostra vita? Dov’è il nostro corpo? Dov’è il nostro spazio?

Come parlare di queste “cose comuni”, o meglio, come braccarle, come stanarle, come liberarle dalle scorie nelle quali restano invischiate; come dal loro un senso, una lingua: che possano finalmente parlare di quello che è, di quello che siamo.

Ciò che dobbiamo interrogare sono i mattoni, il cemento, il vetro, le nostre maniere a tavola, i nostri utensili, i nostri strumenti, i nostri orari, i nostri ritmi. Interrogare ciò che sembra aver smesso per sempre di stupirci.

Descrivete la vostra strada. Descrivetene un’altra. Fate il confronto.

Fate l’inventario delle vostre tasche, della vostra borsa. Interrogatevi della provenienza, l’uso e il divenire di ogni oggetto che ne estraete.